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Sottotitolo: serissimo.
Sotto il sottotitolo: più di uno!

Ebbene, carissimi: dov’eravamo rimasti?
Chiedo venia: che ho avuto un leggero -leggerissimo eh?!- tracollo psicofisico.
Ma comunque, sì.
Ho trovato un nuovo lavoro! Ed esattamente entro il 31 maggio, come da accordi con i miei influssi barra reflussi karmici.

Il mio lavoro nuovo di pacca è iniziato lunedì scorso. In un’ afosissima mattinata di giugno.
E terminerà settimana prossima. Spero in una mattinata non afosissima uguale, dato che dovrò cominciare il trasloco sotto ponte fianco Tevere.
Ho scelto Ponte Sisto e ho già contattato il Comune di Roma per un eventuale accordo.
Non me l’ha concesso! L’accordo, intendo. Per l’affissione di tutte le mie splendide foto su suolo pubblico.
Beh, pace! Che temo di aver cose ben più importanti cui pensare.

Il mio lavoro nuovo di pacca: fa davvero cagare.
Di cosa ti occupi, Manu? Ma di “Housing Universitario”, ovvio. Che come di consueto, e senza che mi debba ripetere ulteriormente, “housing” fa semplicemente un sacco più fico di “centralinista immobiliare per studenti in trasferta italiani barra stranieri indi ancor più stracciacazzi perché non capiscono una cippalippa di minchia”. Per farla breve!
E così, dopo la mia esperienza semestrale in qualità di “Gym Consultant”, ovvero: mi grattavo palle e passera in una palestra del centro storico…ecco che mi ritrovo in quel di Roma Tre, sede universitaria di giurisprudenza sull’ostiense: a grattarmi palle e passera, ovvio. Non solo! A grattarmi palle e passera nell’unico ambiente in cui piuttosto che intingerci l’alluce nuovamente mi sarei fatta volentieri prima sodomizzare da un cammello e poi fatta infilare per direttissima nel terzo girone dantesco, cerchio numero sette, passando il resto dell’eternità a correre scalza su sabbia rovente e sotto una pioggia di fuoco.
Insomma: tutto. Piuttosto che l’immobiliare!

E invece no: convinta che l’housing universitario fosse ben altro, spinta dalla brama di lasciare una cazzo di palestra, sicura che io -in quella redazione per cui avevo magicamente sostenuto un ottimo colloquio- ci sarei entrata davvero ‘sta volta e sarei stata una degli otto fortunati che avrebbero cominciato a scrivere per il loro progetto “Pianeta Donna”…
Sì, insomma, per riassumere: convinta che finalmente, dopo titanici sforzi, per una cazzo di volta sarei stata ricompensata a dovere da questa vita…
Riesco pure tragicamente a peggiorare la situazione, Cristo.

E così, eccomi ancora qui.
Che digito da un piccolo ufficio fatiscente in quel di un distretto universitario capitolino. Circondata solo da studenti che inseguono il loro sogno e che di tempo, a differenza mia, ancora ne hanno -e tanto- per imboccare la strada giusta.
E questa è la beffa!
Tra i danni, invece, in primis annovererei senza dubbio alcuno la mia mansione. Data Entry. No, dico: Data Entry. Io!
Che mettere me fronte pc a fare inserimento dati è come prendere Lapo Elkann per un orecchio, infilarlo in un rivenditore Celiò e costringerlo a fare un lavoro serio per almeno sette minuti e mezzo della vita sua. Impossibile!
Che se il pargoletto di papà di cui sopra di minuti manco ne regge cinque, io posso arrivare massimo a fine mese qui dentro. E giusto per pagare l’affitto di giugno prima della mia dipartita s’ un lembo del Lungotevere! Homeless sì, ma senza debiti. In mutande, ma felice!

Che poi?! Tra i danni, intendo. Otto ore di lavoro in rigoroso silenzio! Io. Affetta da logorrea acuta tanto da parlare pesantemente da sola anche in mezzo alla strada di norma…e mica solo sul cesso di casa, dove disquisisco allegramente con le altre tredici personalità! Io. Otto ore. In silenzio!
E no, non perché il mio responsabile sia uno stronzo di prima categoria, anzi.
Ma è che siamo confinati in un angolino disperso dell’università in cui non si scorge mai anima viva, se si esclude il custode che mi consegna le chiavi ogni mattina e che ha la stessa loquacità di un pesce palla, qualche gruppetto di studenti gobbi sui libri a studiare (in rigoroso silenzio!) e i miei due compagni di questa che sarà una brevissima avventura: due calabresi doc!
Che per carità divina: io non c’ho nulla contro i calabresi. Sia ben chiaro! Ma Cristo: diciamo che tra le tante regioni popolate del nostro meraviglioso Stivale, loro non spiccano certo per simpatia disarmante! O meglio: parlassero, forse, sarebbero anche simpatici. Non lo so! Perché non parlano. Loro! Tanto che ieri, presa dalla disperazione allo scoccare della mezz’ora in coda dentro un forno per prendere un pezzo di pizza fianco un Flavio sordomuto, gli ho domandato: “Oggi come lo prendi il panino?” E lui, lapidario: “Con mozzarella”. E poi mi spiazza! Che in differita di almeno cinque minuti buoni esclama addirittura: “…che fa troppo caldo”. Miracolo! E fine del nostro dialogo.
Insomma, per dirlo in parole povere: l’Overlook Hotel, in confronto a dove lavoro io, pare Disneyland Paris!
Eccheccazzo.

Eh va bene, signori: qui non si tratta mica di non accontentarsi mai – come mi dice sempre Mamma Rosy.
Qui ne vale davvero della mia salute psico-fisica!
Varco la porta di casa la mattina: e me vie’ da piagne.
Rientro in casa la sera: e piango.
Ho pianto addirittura questo sabato, in macchina, mentre andavo al mare.
Sono esausta e vorrei davvero essere un burattino nelle mani di Dio: fai di me quel che cazzo vuoi, cocco. Ma liberami dall’ennesima scelta sbagliata!

E nel frattempo sono ancora qua. Da capo a dodici. Sguardo ebete. La camminata pesante. L’inerzia. Lo spreco. Nuovamente di fronte ad un dado da trarre. E nessuna soluzione in fondo al tunnel.
Hic et Nunc, giusto?! Fallo ora. Fallo adesso.

Ebbene: mi licenzio!
Sì: di già.
L’ho fatto ieri!
Che fino a fine mese, io: nun gna posso fa’.

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