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Hic et Nunc.
Uno degli ultimi ragazzi con cui sono andata a cena in un ristorantino vicino alla Boccea e con cui ho fatto l’amore pensava fosse tedesco. No: è latino. Ancora una volta. E la traduzione è tanto semplice, quanto inversamente proporzionale al suo significato, così immensamente profondo e di difficile comprensione nella sua essenza.
Qui ed Ora.
Già, qui ed ora. Siamo così impegnati a trovare il lavoro dei nostri sogni da continuare a pensare che solo allora, quando lo troveremo, solo allora: saremo felici. O siamo insoddisfatti del nostro stipendio, che qui si campa a fatica! Quando avremo cambiato la condizione economica, solo allora: saremo felici. Oppure vogliamo innamorarci. Vogliamo una famiglia, dei figli. Una casetta con staccionata e un cagnolino annesso e connesso. E solo quando arriverà la persona giusta, solo allora: saremo felici. E quel problema, quello lì. Solo quando l’avremo risolto, solo allora: saremo felici.

Poi arriva un nuovo lavoro, e non siamo davvero felici. Poi magari la incontri anche, la persona giusta intendo: ma non siamo davvero felici. E l’ennesimo problema? Tac: ecco che non siamo davvero felici.
Un loop vittimistico. Un circolo vizioso. Guardiamo sempre avanti. O sempre indietro.  Sballottati incessantemente tra i ricordi del passato e le angosce del futuro, senza capire di essere piccoli, piccoli. Piccoli così: di fronte ad un universo troppo grande, il cui senso è assolutamente incomprensibile.
Già. Siamo proprio personaggi stupidi, noi. Umana specie! Tanto presuntuosi da pensare che ogni nuovo giorno ci sia dovuto.
Così mediocri da non capire che questa vita dà. Questa vita toglie. Questa vita è una fottuta puttana, per dirla alla Bukowski. E tutto cambia: può essere questione di un secondo appena. E a volte cambia anche senza sconti. Nessuna pietà.
Che se un Dio esiste: è uno sporco sadico.

Londra. La Granfell Tower s’innalza lì. In una zona popolare ad ovest della City. Un grattacielo di ventiquattro piani e cinquecento inquilini, orgogliosi di una vista tanto mozzafiato dalla finestra della camera da letto.
E’ una serata di metà giugno come tante. Non ne conosco la temperatura, che non vivo nel North Kensington. Non so che ore siano di preciso, quando la prima scintilla ha dato vita ad un rogo gigantesco facendo di quella vista mozzafiato la causa prima di trenta vittime accertate, che diventeranno centinaia, e centinaia. Perché le previsioni non lasciano scampo a speranze o miracoli di sorta: impossibile trovare superstiti. Così dicono le autorità. Ed esplicitano le immagini in tv.
Possiamo rassegnarci, insomma: la Granfell Tower, o quel poco che ne resta, sarà la tomba di centinaia, e centinaia, e ancora centinaia di persone.

Tra loro ci sono una coppia di fidanzatini italiani, Gloria Trevisan e Marco Gottardi.
Anche loro -in cerca di un lavoro migliore, una condizione economica più agiata, un futuro con la staccionata e tanti sogni nel cassetto- hanno lasciato il Veneto e cominciato da pochi mesi appena una nuova vita lontani da mamma e papà. Al piano numero ventitré.
Non leggo mai la cronaca quotidiana, non guardo telegiornali in tv. Di norma non voglio sapere del male nel mondo, del marcio, della merda. Ma mi è stato impossibile, oggi, non aprire quell’articolo e leggerne di più.
Mi rammarico della spettacolarizzazione del dolore leggendo i titoli di tanti articoli sul web. Riportano l’ultima chiamata di Gloria a sua madre: “Mamma, mi sono resa conto che sto morendo. Grazie per quello che hai fatto per me” prima dell’addio definitivo “Sto per andare in cielo, vi aiuterò da lì”.
M’immedesimo in una ragazza di ventisette anni consapevole che tutto stia inesorabilmente per finire. Respiro. Poi mi alzo piano dalla scrivania piegando il viso. Corro in bagno. E piango chiusa nei cessi di Roma Tre. Mi sciacquo un attimo, mi guardo allo specchio, ingoio la mia incomprensibile, eccessiva empatia per tutto ciò che mi circonda. Torno a sedermi. Continuo a leggere. Morbosamente. Senza un perché. Ho un nodo in gola e continuo a leggere. Il taglio dato a tutti gli articoli ancora una volta mi rammarica. Anzi di più: m’indigna. “Gloria è morta perché qui da noi in Italia una laureata con 110 e lode non lavora”. Verissimo. In Italia il lavoro manca. Ma mi spiegate cosa cazzo c’entra? Che se lo dice il padre capisco: una ragione se la dovrà fare. E se l’idea che Gloria con un lavoro in tasca nel Bel Paese oggi ci sarebbe ancora riesce ad aumentare quella rabbia che un minimo sposta l’attenzione della sua disperazione, ben venga!
Ma Gloria non è morta perché in Italia non c’è lavoro. Ripeto: che minchia c’entra?

In quel grattacielo c’erano centinaia di Gloria e Marco, senza laurea. E residenti nel North Kensington perché lì gli era dato di vivere. Perché così capita. Ogni fottutissimo giorno. Capita: e non c’è un perché. Gloria e Marco sono anche Erika Pioletti. Anni trentotto. Non è scappata dall’Italia in cerca di fortuna estera. Era tranquilla in Piazza San Carlo, nel centro di Torino, quando una folla impazzita per una stronzata l’ha schiacciata in un’afosa sera del 3 giugno. E la temperatura a me tanto cara questa volta posso anche ipotizzarla.
Gloria e Marco sono tutti coloro che muoiono sulle strade ogni giorno, e di cui poco sappiamo. Sono tutti i morti degli ultimi attentati. Sono i morti di tutte le guerre dall’altra parte del globo. Sono ogni persona che esce di casa una mattina, inconsapevole che non vi farà più ritorno. Gloria e Marco siamo tutti noi. Sono solo stati decisamente più sfortunati.

Ciao Gloria! Non oso neanche immaginare cosa tu possa aver provato di fronte alla certezza che tua madre e tuo padre non li avresti riabbracciati mai più. Non so se in quell’istante hai guardato Marco negli occhi, immaginando l’abito bianco e un pupetto con i suoi stessi occhi gattonare fianco quella staccionata. Non so quali siano stati gli ultimi pensieri dopo la consapevolezza. La disperazione pronunciando le ultime parole a chi ti ha dato la vita che stava fuggendo via.
Lo strazio posso sentirlo solo sotto pelle. E farlo scemare un attimo con qualche lacrima chiusa nel cesso dell’università.

Immagino che vi siate baciati tu e Marco. E che siate morti così: abbracciati.
Nella speranza che vi abbia soffocato prima il fumo, e che non abbiate dovuto sentire anche la pelle bruciare tra le fiamme.

E poi penso a questi ultimi miei giorni. Passati a piangere. A dormire per non sentire. A camminare tra la folla con gli occhi spenti. All’inerzia. Allo spreco. Perché ci ho sputato parecchio su, io: alla mia fortuna di esserci ancora.
Alla fortuna del sushi che mangerò stasera. Alla fortuna di pensare che domani vedrò ancora il mare. Alla fortuna che ho avuto di fare l’amore con uno sconosciuto due giorni fa. Alla fortuna di aver parlato con mamma ieri alle nove in punto. A quella di poter continuare a cercare un lavoro per vivermi tutto questo finché mi sarà concesso. Alla fortuna di tutte quelle piccole cose che ho. Senza rendermene mai conto.

Ed ora parlo così. Dopo che la tua storia mi ha profondamente toccata. Ripromettendo a me stessa per l’ennesima volta di non farlo mai più. Che io voglio vivere a mille. Che voglio imparare a gustare davvero la cena della sera. Che voglio fare l’amore come, dove e quando mi va. E dire a chi amo che nutro un bene infinito.
Ma è già successo. E so che succederà ancora. Piano piano torna tutto come prima.
Perché noi uomini siamo così: pensiamo di avere tutto il tempo del mondo. E ci permettiamo il lusso di lasciarci andare.

Ebbene: ci provo di nuovo Gloria. La tua morte, nel mio piccolo, ha trovato quantomeno un barlume di senso.
Altro, per te, non posso fare.

Hic et Nunc. Non è tedesco, ma latino.
Significa Qui. Ed ora!
In questo preciso istante. Oggi. Minuto dopo minuto. Ora dopo ora.
Adesso, signori. Fatelo Adesso.
Che come disse qualcuno: del doman non v’è certezza.