Seleziona una pagina

Ho visto un film, in uno di quei sabati primaverili come tanti! Circa tre settimane fa, durante una di quelle serate in cui preferisci un eremo in solitaria -il tuo letto da ormai più di un anno dalla fine dell’ultima relazione, e seconda di tutta una vita- agli schiamazzi del Lungotevere, gli ubriachi di Piazza Trilussa, la musica pompata a festa del Charro Cafe fino alle quattro di notte.

Tra parentesi: sono riuscita a farmi mollare esattamente alla mezzanotte del 3 marzo, giorno del mio trentatreesimo compleanno. E lo so: è un record mica da ridere! Roba che se non avessi sofferto come una cagna, lo annovererei per direttissima tra i miei orgogli d’idiozia. Sul podio! Secondo solo a quella volta che mi denudai sul bancone del sopracitato locale di Testaccio per una bottiglia di prosecco, ovvio. Ululando al microfono “E’ solo un corpo, per Dio!”. Che quella sera feci pure la morale e per decantare tutto il mio disprezzo nei confronti della stupidità ormonale maschile ottenni non solo quell’agognata boccia di prosecco. No. Non bastava. Anche due cicchetti, un vassoio di frutta e la standing ovation manco avessi scoperto la penicillina. Ma questa è un’altra storia!

Piuttosto: dov’ero rimasta? Ah sì: ho visto un film circa tre settimane fa. Durante uno di quei sabato sera in cui preferisci il vuoto del tuo letto ad una serata da riempire tra musica, il primo che capita, gente che tutt’intorno si diverte davvero o finge quella serenità che tu non hai. E non ti va più di ostentare, fingendo. Che i sorrisi spesso li indosso per inerzia, ma il sabato sera -a trentaquattro anni- conservi questo quest’immane sforzo per qualcosa di più nobile, o presunto tale.

Ok, ok. Digressioni a latere. Ho visto ‘sto cazzo di film, no?! Tre settimane fa. Circa! S’intitola “Wild”.
E no: non è “Into the wild”! Non c’è quello gnocco barbuto di Emile Hirsch che scassa i maroni con un lunghissimo viaggio verso l’Alaska per poi avere la sfiga d’ingoiare una bacca assassina, no. Che in verità, ‘sto film, io col cazzo che l’ho visto! Ma letta così, su Wikipedia, la trama pare tanto Laguna Blu. Certo: almeno là ci stava dentro anche una storia d’amore con un lieto fine che, al confronto, Charles Manson e l’ombra di Satana avrebbero avuto maggior compassione del regista. Hirsch invece ci scassa i maroni, ingoia una bacca e muore solo come un cane regalandoci una perla da aforisma su Smemoranda: la felicità è autentica solo se condivisa. E grazie ar cazzo! Ma tant’è.

Il Wild che ho visto io ha per protagonista una donna, tale Cheryl Strayed, interpretata sul grande schermo da Reese Witherspoon. Di originale c’è ben poco in questa pellicola. Anche lei, come Hirsch, ne ha un po’ pieni i coglioni di ritorsioni karmiche coi controcazzi: la morte della madre, la fine del suo matrimonio, problemi di eroina. Roba che forse sarebbe il caso di intraprendere un pellegrinaggio a Medjugorje, mia cara! Ma lei predilige un viaggio in solitaria lungo gli Stati Uniti d’America. Durata mesi tre. In cui ovviamente andrà alla ricerca di se stessa e del senso della vita rivivendo ed affrontando i dolori del passato.
Originalissimo! E soprattutto: sul finale s’intuisce che si sposerà nuovamente e partorirà due figli. Grazie a Dio! In barba alle bacche assassine.
Che poi come ci sia gente che si sposi due volte ed io non riesca a trovare qualcuno che mi porti a cena fuori è un altro paio di palle. E, fortunatamente: sempre un’altra storia.
Che poi, giuro: così brutta non sono! Cagacazzi, forse. Ma comunque.

Insomma, per farla breve: a me ‘sto “Wild” non è piaciuto. Tanto per cambiare! Però sul finale una cosa mi ha colpita. E parecchio! Trattasi del suo monologo, dopo mesi di tete a tete con dolori dell’anima e la prepotenza della natura.

Non si può sapere perché accade una cosa. E non un’altra.
Quale forza ci guida. Quale forza ci distrugge. Quale ci fa crescere.
Un bivio. Prendere un’altra strada…
E se fossi riuscita a perdonarmi? Se mi fossi pentita?
Eppure, se potessi tornare indietro non farei niente di diverso.
E se avessi voluto fare sesso con tutti quegli uomini?
E se l’eroina mi avesse insegnato qualcosa?
E se fosse stato proprio tutto ciò che ho fatto a portarmi proprio qui?
Non si è mai pronti per quello ci aspetta.

E se…

E se…

E se…

Quanti SE nella vita che è meglio non indagare!
Quanti bivi alla “Sliding Doors
Quante cose sarebbero diverse ora solo se…

E se, molto più semplicemente, quel lavoro per cui ho sostenuto due colloqui solo una settimana fa io non lo avessi dovuto ottenere?
Se non sia Roma la città in cui vivere?
Se tutto mi avesse portato fin qui per una ragione?
Se dovessi davvero scrivere un blog e concentrarmi solo su di esso?
Se fosse il lavoro che cerco da così tanto tempo? Questo, e non un altro.
E se ieri non avessi speso quei trentanove euro per quel tubino rosa antico che – per inciso- mi sta da Dio?!

Già: meglio non indagare!
Meglio lasciare il passato confinato là, indietro, dove deve stare. Dov’è giusto che stia.
Che combatterlo è una battaglia persa in partenza, credetemi. Uno spreco di energia.
Meglio vivere nel presente, forse. HIC ET NUNC. Qui ed ora.
Questo, in fondo: è sempre stato il mio motto!

Il 31 maggio –dado tratto, ricordate?- costi quel che costi lascerò la palestra in cui lavoro ormai da sei lunghi mesi. Che avrebbe dovuto essere un lavoro temporaneo ed invece mi ci sono accomodata.
Cosa succederà, adesso, non mi è dato saperlo.
E forse: è proprio questo il bello!

 

Dopo essermi persa nella selva del mio dolore ho ritrovato la strada per uscirne.
Grazie. Sarò eternamente grata per tutto ciò che quel viaggio mi ha insegnato e per tutto ciò che ancora non potevo sapere.
Sapevo solo che non c’era più bisogno di afferrare tutto a mani nude.
Che lasciare scorrere l’acqua del fiume era sufficiente.
Che era tutto, nella mia vita, come in ogni vita: misterioso, irripetibile, sacro.
Così vicina, così presente, così pienamente mia.
La vera sfida è vivere.